Radici cristiane dell'Europa
Sono da esplicitare? Sono fondamentali?
Mi sembra che l'interrogativo principale riguardi la necessità o meno, per la società di oggi, di avere una religione come base del suo esistere. Ed è questo un interrogativo che attraversa l'Unione Europea: l'Europa deve fare riferimento alle radici cristiane come suo stesso fondamento?
A proposito mi sorgono alcune brevi riflessioni:
1) è necessario che una società o una comunità debba avere un riferimento religioso fondativo ufficiale e giuridico?
2) fino a che punto questo riferimento rappresenterebbe tutti i cittadini?
3) non è forse la libertà di culto o non culto uno dei cardini delle società contemporanee? Se si, quale senso acquista il riconoscimento giuridico di una religione, pur essendo questa storicamente importante?
Di certo, se fossero le forze politiche italiane, almeno la maggior parte, a poter decidere, non ci sarebbero dubbi: le nostre radici sono cristiane, anzi cattoliche.
Soprattutto un partito ne fa una particolare battaglia. E pone la questione in termini precisi: la religione cristiana e specialmente cattolica è il fondamento per la nostra società perchè è IDENTITA'.
Quante volte abbiamo sentito la parola "identità"!
La religione come identità culturale, territoriale, morale, tradizionale. Insomma, un qualcosa di imprescindibile.
Eppure, mi sembra che una visione di questo tipo presenti non pochi problemi.
Innanzitutto, ricollegandomi alle domande di cui sopra, siamo sicuri che tutti i cittadini di quel territorio appartangano effettivamente a quella religione? Fino a che punto la rilevanza storica e la tradizione possono condizionare la libertà degli esseri umani? Se viene presa giuridicamente ed ufficialmente valida la religione come fondamento, quale libertà di culto rimane agli ALTRI? Non si corre, forse, il rischio di discriminare per via religiosa i cittadini e buttare al vento secoli di lotte per emanciparsi dal monopolio religioso della morale?
Ed ancora, non si tratta di avere una visione ideologicamente falsata della realtà sociale, dal momento che sempre più persone scelgono (fino a che sarà lecito) strade diverse da quelle delle religioni organizzate? I giovani, ad esempio, sono sempre più lontani dalla religione come istituzione, ma coltivano forme personali, individuali di fede, oppure si accostano a posizioni agnostiche ed atee.
Perchè mai, mi chiedo, non si deve tener conto di questi mutamenti e si deve sempre tentare di forzare tutto ciò che è "altro" nell'ottica religiosa istituzionalizzata prorpria di solo una parte dei cittadini?
E' giunto, forse, il momento per gli uomini e le donne di oggi di cominciare a ripensare la morale fondata sulla religione, per la fondazione di una nuova morale condivisa e umana.
Mi sembra che l'interrogativo principale riguardi la necessità o meno, per la società di oggi, di avere una religione come base del suo esistere. Ed è questo un interrogativo che attraversa l'Unione Europea: l'Europa deve fare riferimento alle radici cristiane come suo stesso fondamento?
A proposito mi sorgono alcune brevi riflessioni:
1) è necessario che una società o una comunità debba avere un riferimento religioso fondativo ufficiale e giuridico?
2) fino a che punto questo riferimento rappresenterebbe tutti i cittadini?
3) non è forse la libertà di culto o non culto uno dei cardini delle società contemporanee? Se si, quale senso acquista il riconoscimento giuridico di una religione, pur essendo questa storicamente importante?
Di certo, se fossero le forze politiche italiane, almeno la maggior parte, a poter decidere, non ci sarebbero dubbi: le nostre radici sono cristiane, anzi cattoliche.
Soprattutto un partito ne fa una particolare battaglia. E pone la questione in termini precisi: la religione cristiana e specialmente cattolica è il fondamento per la nostra società perchè è IDENTITA'.
Quante volte abbiamo sentito la parola "identità"!
La religione come identità culturale, territoriale, morale, tradizionale. Insomma, un qualcosa di imprescindibile.
Eppure, mi sembra che una visione di questo tipo presenti non pochi problemi.
Innanzitutto, ricollegandomi alle domande di cui sopra, siamo sicuri che tutti i cittadini di quel territorio appartangano effettivamente a quella religione? Fino a che punto la rilevanza storica e la tradizione possono condizionare la libertà degli esseri umani? Se viene presa giuridicamente ed ufficialmente valida la religione come fondamento, quale libertà di culto rimane agli ALTRI? Non si corre, forse, il rischio di discriminare per via religiosa i cittadini e buttare al vento secoli di lotte per emanciparsi dal monopolio religioso della morale?
Ed ancora, non si tratta di avere una visione ideologicamente falsata della realtà sociale, dal momento che sempre più persone scelgono (fino a che sarà lecito) strade diverse da quelle delle religioni organizzate? I giovani, ad esempio, sono sempre più lontani dalla religione come istituzione, ma coltivano forme personali, individuali di fede, oppure si accostano a posizioni agnostiche ed atee.
Perchè mai, mi chiedo, non si deve tener conto di questi mutamenti e si deve sempre tentare di forzare tutto ciò che è "altro" nell'ottica religiosa istituzionalizzata prorpria di solo una parte dei cittadini?
E' giunto, forse, il momento per gli uomini e le donne di oggi di cominciare a ripensare la morale fondata sulla religione, per la fondazione di una nuova morale condivisa e umana.
postato da: AndreaX77 alle ore 07:59 | Permalink | commenti (1)
categoria:religione, pluralismo, democrazia, cittadinanza, laicitÃ
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A distanza di qualche giorno dalle polemiche sorte in seguito a dichiarazioni ed esternazioni più o meno felici di certa parte politica italiana, riprendo brevemente una riflessione condotta sulla scia delle parole del presidente della Repubblica Italiana, secondo cui non tutti in Italia si idenificano pienamente nei valori e nei principi costituzionali.